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Other Albums | Merchandise | Reviews

Divinian

2012 | Projekt | PRO00284

CD in 4-panel DigiPak

Regular Price: $16.98
Online Sale Price! $13.98

Tracks:

  1. Shadow, Light, Echo | MP3 Excerpt
  2. Nífara | MP3 Excerpt
  3. Sáwol | MP3 Excerpt
  4. Meremennen | MP3 Excerpt
  5. Écelic | MP3 Excerpt
  6. Sanctuary | MP3 Excerpt
  7. Unravel | MP3 Excerpt
  8. Divinian | MP3 Excerpt
  9. Summered And Flowered | MP3 Excerpt
  10. Halo | MP3 Excerpt
  11. Zenith | MP3 Excerpt
  12. Síscéal | MP3 Excerpt

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Copies of Autumn's Grey Solace's Divinian purchased from Projekt come with a free bonus CD, Winterrim (an introduction) a 9-song Autumn's Grey Solace "best of." It includes an extra track not on the digital edition.

Autumn's Grey Solace continues their musical evolution with the release of Divinian, their seventh full-length album. It is a must-have for fans of darkwave, shoegaze, ethereal wave, and dreampop.

"A minimalistic approach manipulated into waves of various guitar and electronics, but all done with simply vocals, guitar, bass and drums. (...)An hour of ethereal bliss." -Gothic Paradise

On Divinian, vocalist Erin Welton and instrumentalist Scott Ferrell use the common instruments of guitar, bass, drums, and female voice to construct very uncommon soundscapes, mainly building atmosphere with ethereal guitars and dense vocal harmonies. The female vocals create "the wall of sound" in place of - or in addition to - electric guitars. Erin's voice is layered into chordal structures that form the harmonic backbone of many of the tracks, making her vocals a backing instrument in addition to a lead instrument.

"The interplay of Welton's vocals and multi-instrumentalist Ferrell‘s hazy music creates a mysterious, but soothing mood, like listening to spirits sing you to sleep out of the corner of your eye. Those who find ghostly wisps of shoegazing faerie dust appealing will likely find this album appealing. Fans of Projekt stalwarts Mira, Love Spirals Downwards and Tearwave, not to mention the Cocteau Twins, will be enticed beyond measure." -The Big Takeover

The guitars make room for the expanded role of the vocals on Divinian, but remain lush and textural. With mellifluous effects, treatments and guitar feedback, Ferrell's intricate stylings will please fans of experimental guitar and the shoegaze genre. The bass guitar throughout is very low and deep, with frequent use of the low B string from a five string bass. On some parts of the album, Ferrell uses a customized bass with a low F# string to reach the extreme low notes. The drums are voluptuous and dripping wet with reverb, with plenty of washy ride and crash cymbals.

Autumn's Grey Solace continues to cultivate the things that make their sound distinctive: Erin's sweet and diverse voice, Ferrell's otherworldly and exotically tuned guitars, deep and fulfilling bass lines, and emotively ambient drums. Divinian is a near hour's worth of enjoyably melancholic contemplations for late summer afternoons.


A review from All Music:
Coming ten years after their debut release, it's a little startling to realize that Autumn's Grey Solace have been steadily working away over years, but it's also gratifying to sense that after a too-familiar start they have slowly but surely been coming into their own as a duo. The combination of Erin Welton and Scott Ferrell has rarely sounded so natural as on Divinian, their bliss-out/dream pop influences translating into subtly varied approaches throughout -- not least from the opening song "Shadow, Light, Echo," a spaced-out number that's more pure texture and drum machine than anything else.

This sense of floating out in the ether, or at least somewhere between the earth and the moon, lends Divinian a distinct quality that plays out throughout the album, not least due to some excellent sequencing. When "Ecelic" provides the first really big energy boost -- in a relative sense, admittedly -- its timing couldn't be better, reshaping the album just enough, while "Zenith" later provides an unexpected nod back to classic late-'50s rock & roll ballads in its arrangement, at least via Angelo Badalamenti. "Unravel" might be the most telling song in the end -- while somewhat reminiscent of Morningrise-era Slowdive, more importantly, it easily matches down to a snarling solo that shreds -- just enough -- in context. -Ned Raggett


A review from Bliss/Aquamarine:
An album of very beautiful, relaxing, ethereal music from Autumn's Grey Solace. The music is dreampop with ambient undertones, in which breathy and angelic female vocals are perfectly matched with floaty, textured, atmospheric instrumentation. Whilst the songs are all sung in modern English, some of the titles are Old English, e.g. Sáwol (soul), Meremennen (a female sea-spirit), and Écelic (eternal). There is also Síscéal, which is Irish Gaelic for fairytale. These evocative titles completely suit the beautiful and spiritual sounds on offer here. There is also a darker side to the band, as heard in Unravel, with its unsettling, stabbing guitar sound, but despite its heavier style, it is still a very fine example of dreampop, which doesn't sound out of place among the other tracks. This superb album contains some of the most moving dreampop music I've heard in a while, and I greatly recommend it to all fans of the genre. -Kim Harten

A review from Fucinemute:
Ogni tempo, ogni segmento di storia nel corso dell’umanità ha la sua musica e la sua colonna sonora. Che ci crediate o meno è così. Ed è normale che sia così. La musica la fanno le persone, gli artisti, esseri umani quindi; con la loro storia, il loro background, il loro evolversi nell’arco di pochi anni. La musica non la fanno gli alberi, immutabili e meccanici, per i quali essa sarebbe sempre uguale, magari bellissima, ma sempre uguale. Così come non la fa l’acqua corrente di un fiume o il frangersi infinito dell’acqua di mare contro gli scogli. No. La fanno gli esseri umani. E questi seguono i movimenti, seguono le passioni, seguono la strada tracciata dalla storia del mondo, spesso imposta dagli interessi economici di chi ha “il potere”. All’inizio degli anni ’80 ad esempio, si arrivava da due decenni di incredibili fermenti culturali e artistici, dove la spiritualità panteistica metteva finalmente al centro l’essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti, la sua forza e la sua debolezza, senza ipocrisia. Tuttavia, già a metà dei ’70, si poteva intuire che quella irripetibile stagione dell’oro cominciava a giungere al termine. Come il cane che annusa l’aria percependo l’arrivo del temporale, la cultura sotterranea cominciò a capire che il vento girava e reagì con una scelta nichilista e iconoclasta come il movimento punk. L’apparizione di queste maschere perverse e deformi agli occhi dei benpensanti, quando in realtà erano solo la rappresentazione della solitudine e dello smarrimento di una generazione, portò, insieme a diversi eventi socio politici (guerra fredda e crisi petrolifera del 1979) ad una progressiva volontà del ceto medio di rifugiarsi presso l’accogliente e sicuro porto offerto dai rinascenti impulsi neoconservatori, dal Tatcherismo inglese all’edonismo Reaganiano, fino alla nostrana “Milano da bere”. Che dietro a tutto ciò ci sia stata o meno una volontà occulta, una guida che abbia volutamente impedito il compiersi e affermarsi dei principi dell’Era dell’Acquario, non è dato sapersi: forse potrebbe essere stato il nascente capitalismo finanziario o forse semplicemente le cose dovevano andare così. Le nuove generazioni si muovevano disperate fra i primi cibi precotti, la musica preconfezionata e la massiccia assunzione di droghe rigorosamente sintetiche. La musica sotterranea, quella non ufficiale e non allineata alle major, che da sempre è indice degli umori generazionali, inglobò tutte queste ansie, la disperazione e la voglia di fuga. Nacque così il movimento degli Shoegaze (il cui nome deriva dall’atteggiamento dei musicisti sul palco, sempre con la testa bassa a guardare il pavimento) che ebbe nei The Jesus And Mary Chain e nei My Bloody Valentine i più famosi epigoni. Era una musica che copriva con il rumore dei feedback chitarristici le melodie eteree, una perfetta sintesi dei sentimenti delle giovani generazioni, ovvero lo stordimento sintetico e la fuga verso altri mondi. Al tempo stesso era l’esatta antitesi di ciò che la quotidianità offriva, ovvero l’alienazione tramite i media e le televisioni e il successivo ingabbiamento delle personalità nelle regole del mercato globale. I testi inoltre erano totalmente spogli del furore politico degli anni precedenti, ma si rivolgevano piuttosto ad una estrema introspezione personale, arrivando sovente al rifiuto del mondo esterno.

Divinian - Autumn’s Grey Solace
Non sorprende quindi che adesso, nell’anno della crisi 2013, questo modo di fare musica sia tornato. Numerose sono le band che ne ripropongono, in versioni diverse fra loro, gli stilemi e le attitudini. Fra tutti però, meritano una pausa di riflessione, nonché un attento ascolto, gli Autumn’s Grey Solace. È un duo americano, nato non a caso nel 2000 (ricordate le paure del Millenium’s Bug) dall’unione artistica della cantante Erin Welton e del polistrumentista, affezionato alle molteplici possibilità della chitarra elettrica, Scott Ferrel. Anche se la prima uscita ufficiale è datata 2002, è il 2004 l’anno più importante della loro carriera aretistica. È infatti in quel bisestile che il duo entra a far parte della scuderia Projekt, la mitica etichetta indipendente capitanata dal nume tutelare Sam Rosenthal, sempre pronto ad intuire il talento dove c’è. Da li fino ad ora sono trascorsi quasi dieci anni e cinque dischi prima di giungere all’ultima fatica Divinian. Nell’arco dei dieci anni lo stile degli AGS non è mutato più di tanto, né si è evoluto, ma piuttosto si è affinato, sia nelle tecniche di realizzazione, sia nella capacità di costruire solide strutture sonore. Lo ‘shoegazing’ del duo statunitense si è sempre mantenuto abbastanza lontano dagli archetipi rumoristi dei The Jesus And Mary Chain, preferendo gli aspetti più intimisti ed eterei. Più vicini quindi al dream pop dei Cocteau Twins piuttosto che al puro shoegaze i due hanno da sempre privilegiato gli aspetti più eterei del suono, affidandosi ai molteplici effetti ottenibili con la chitarra, strumento di cui Ferrell può essere considerato quasi un innovatore. Il loro sound, bagnato dal sole della Florida da cui provengono, è partito con le atmosfere soffici e minimali del debutto dal titolo vagamente pagano, Within The Depts Of A Darkened Forest, in cui si intravedevano i semi della splendida pianta che sarebbe nata negli anni a seguire. Come detto l’approdo alla Projekt ha rappresentato il vero salto artistico per la band. I primi due album usciti per la label di New York sono stati gli step iniziali per la loro maturazione. Over The Ocean e soprattutto Riverine, mostravano infatti la loro vena pop acustica, che virerà negli anni successivi verso un gothic rock sempre estremamente sognate, con album come Shades Of Grey e Ablaze.

Welton & FerrellA partire dal 2011 con l’album Eifelian, Ferrell e la Welton giungono alla piena maturazione artistica, svincolandosi dalle pesanti eredità dei gruppi cult degli anni ’80 (Cocteau Twins su tutti), ed elaborando una esperienza musicale intensa e personale, unica nel suo genere. Più eterei dei Soul Whirling Somewhere, meno elettronici dei Love Spirals Downwards e anche meno sperimentali e più ‘terreni’ dei Loveliescrushing, gli Autumn’s Grey Solace arrivano al 12° anno di vita con l’uscita di Divinian che, probabilmente è il migliore album ad oggi. Non è un caso che il primo pezzo si intitoli Shadow, Light, Echo. Il contrasto fra ombre e luci, l’eco di qualche antro umido ma tuttavia accogliente come il grembo materno. Sembra un viaggio in un giardino all’italiana, con i muri di vegetazione che ci avvolgono e le improvvise aperture su panorami mozzafiato. Tutto ciò è reso attraverso lunghi drones eterei che ben sottolineano la voce della Welton, fatata e concreta al tempo stesso. Nìfara e Sàwol invece, con i loro titoli esotici e intriganti, sembrano essere una sorta di prova di forza in ambito di sonorità eteree. Gli Autumn’s Grey Solace ribadiscono con la forza dei sintetizzatori e delle chitarre trattate, nonché con la estensione vocale della Welton, la loro posizione di assoluta predominanza nell’ambito delle sonorità eteree odierne. Nìfara lo fa con un sapiente uso dei synth e con un incedere maestoso e incalzante, mentre Sàwol è più serena, meno enfatica, ma al tempo stesso altrettanto coinvolgente nelle sue sottili spire melodiche. Le atmosfere si attenuano ulteriormente con Meremennen, in cui fa capolino un pizzico di malinconia, retaggio forse del periodo dell’album Ablaze. È questo il momento in cui l’opera si fa più meditativa, scavando sempre più nel subconscio dei protagonisti. Écelic, Sanctuary e Unravel rappresentano quasi una sorta di viaggio metaforico. Si va infatti dalle vette celestiali dei gorgheggi di Écelic fino alle profondità cupe disegnate dalla chitarra elettrica di Unravel, passando per una terra di mezzo come Sanctuary che riporta sulla terra i sogni e le visioni celestiali della prima traccia. La title track invece riporta il mood dell’opera ad un livello più alto. Divinian potrebbe essere il resoconto della visione di Dio di dantesca memoria, seduti su uno dei petali della Rosa bianca o assisi al cospetto dei Serafini, o anche la descrizione di uno stato d’animo sereno e vicino all’estasi. O forse è semplicemente la narrazione di un viaggio verso l’atarassia, la stasi, l’immobilità perfetta, il galleggiare in un vasca di acqua purissima, né fredda né calda, statica ma non corrotta né putrefatta, quanto piuttosto viva e purificatrice. Divinian è monumentale nel suo ritmo dilatato all’infinito, profonda nelle corde della chitarra ora classica ora trattata per renderla sfuggente ma sempre presente. Ma è anche celestiale ed eterea, con la voce di Erin Welton che sembra quasi rimbalzare fra superfici di acqua viva. È un pezzo che meriterebbe di andare all’infinito perché è all’infinito che si rivolge. È forse per questo che la successiva Summered And Flowered sembra quasi una propaggine della title track, ricca come è di atmosfere profonde e sognanti. Il wall of sound viene magistralmente interrotto dalla deliziosa Halo, piccolo episodio che spezza il moloch strumentale grazie ad una delicata vena melodica e all’uso della chitarra acustica. È il penultimo episodio prima del congedo affidato alla catarsi sonica di Zenith e alle atmosfere dilatate e misteriose di Sìscéal.

Autumn’s Grey SolaceLa prima sensazione che rimane dall’ascolto di Divinian è la calma e la pace che si percepiscono fra le tante sfaccettature presenti nei brani. È la serenità il trademark che caratterizza questo nuovo lavoro degli Autumn’s Grey Solace, serenità raggiunta nella proprio filosofia di vita ma anche serenità professionale. È forse proprio da questo che discende la notevole padronanza e sicurezza con cui i due maneggiano la materia musicale. Da un parte la sensibilità e la duttilità vocale della Welton, abile tessitrice di trame sonore delicate e forti al tempo stesso, dall’altra la perizia tecnica e compositiva di Scott Ferrell: queste sono le componenti che fanno di Autumn’s Grey Solace un piccolo miracolo e di ogni loro disco un gioiello. Quindi, tornando a quanto detto all’inizio, gli Autumn’s Grey Solace rappresentano la quintessenza dello spirito dei primi shoegazer: viaggiare dentro se stessi per uscire dal proprio corpo e liberarsi dalle catene della quotidianità… ma in fondo questo non è ciò che dovrebbe sempre fare la musica?


A review from Gothic Paradise:
This is the band's seventh album, and the sixth we've reviewed here in just a few more years as they've remained very active writing and releasing an incredibly captivating style of music on each album. On this album we're presented with a minimalistic approach that has been somehow manipulated into sounding like waves of various guitar and electronics, but all done with simply vocals, guitar, bass and drums. We have a dozen of these dreamy tracks on this album for nearly an hour of ethereal bliss.

As the album starts out with the initial track "Shadow, Light, Echo" we get our first taste of the foundational ambient style that takes a prominent role on this album. The vocals that act as ambient synths create mystical layers of backdrops as the bass reverberates over the slowly moving percussion, reminiscent of some of our favorites from Julee Cruise and her Floating Into The Night album. This dream pop meets ambient style remains prominent on several tracks as we move along through "Nifara", "Sawol" and on and on.

My only complaint about this album is also ironically a simple solid point as well. It all blends and flows well, but at the same time you can lose track and at one point you may not know which track you're actually listening to. However, there are some notable variations through this haunting, foggy, dreamy web of ensnaring ethereal music. Some pieces feature Erin's vocals above the dreamy background clearly understandable so you can pick up some of the lyrics above all of the reverb, while others even though you may hear her singing something, it may not be intelligible, or in other areas the vocals are meant to be simply another instrument in the layers upon layers of waves of caressing soundwaves that flood over you. A perfect example of this is "Meremennen" with it's subtle, ambient dreamscapes creating a background for the siren-song that floats in the air, luring and calling the listener in. Another piece towards the end of the album titled "Zenith", is a favorite and has no noticeable lyrics at all, but I think half of what you hear is actually Erin's vocals softly caressing the soaring guitar and softly undulating bass and light percussion.

This is definitely an interesting work and at some points simply irresistable, in that you just have to stop whatever you're doing and listen and enjoy every enrapturing moment. Fans of any style of soft, dreamy, ethereal, ambient or similar music will really enjoy this album. And if you're one of the first to pick this up you also get a bonus disc of something from many of their previous releases, a sort of sampler titled Winterrim. Rating: 4.5/5 -Jacob Bogedahl


A review from Ondarock:
Ascoltare un album degli Autumn's Grey Solace è come addentrarsi nei meandri di un sogno, visitarne le zone più oscure e remote soffermandosi su quei dettagli che, alla fine del viaggio (in questo caso, dell'album) con tutta probabilità verranno dimenticati. E' un processo naturale, al quale opporsi è impossibile: ogni ascolto procura emozioni, sensazioni e visioni diverse, ciascuna con le proprie peculiarità e difficilmente in grado di sussistere al di fuori del proprio contesto musicale.

Divinian è il settimo album del duo, formato dall'angelica voce della bella Erin Welton e dai fraseggi magici del tuttofare Scott Ferrell. Annunciare una svolta di una proposta divenuta ormai marchio di fabbrica sarebbe fuorviante e, probabilmente, renderebbe pure poca giustizia al talento di un brand capace di raggiungere livelli evocativi straordinari al cospetto di una formula, se vogliamo, piuttosto "ferma".

Potremmo chiamarlo dream-pop, sentirci i Cocteau Twins, i Lycia, i Love Spirals Downwards, i Dreamscape e, ancora, Mira. Potremmo pure notare, rispetto al passato, un maggior impatto ambientale, una rarefazione sonora che non fa che render grazia ad un suono sempreverde. Ma tutto questo conta poco, una volta immersi nel paradiso onirico arredato alla perfezione dai due, con un garbo, una grazia, una dolcezza, una precisione e un'abilità che pochi hanno saputo dimostrare nel corso degli anni.

Play. Ombre, luce ed echi. Mai titolo fu più profetico per introdurre il languido sinolo di droni dilatati e rarefatti che funge da portale, con il canto cullante di Welton a guidare le membra all'interno di un giardino fatato, descrittoci a breve distanza dagli eterei sintetizzatori della strepitosa "Nífara" e dal bagno di serenità di "Sáwol". Malinconia e placido torpore nei vocalizzi di "Meremennen" - altro highlight d'intensità incredibile - poi una pausa, spazio alla meditazione. "Écelic" è una preghiera ad un Dio immaginario, "Sanctuary" riporta la carica spirituale alla dimensione umana - al sapore di Guthrie e di Ryan Lum - e "Unravel" chiude il trio con la chitarra elettrica a dettar legge in prima fila, meritandosi l'appellativo di episodio più dark dell'intero viaggio. Ma non c'è incubo: il mondo dipintoci è perfetto nella sua stasi.

Il capolavoro è dietro l'angolo, e si materializza nella catarsi immobile della title track: vertice emotivo raggiunto, colori che si alternano, l'abbraccio caldo di una nuova stagione, la voce che si disperde fra echi, chitarra acustica ed un ritmo dilatato al massimo. Il viaggio continua nella profondità ambientale di "Summered And Flowered" e nell'inno alla gioia di "Halo", unico episodio in cui il soundscape si spezza regalandoci uno spaccato intimo e quasi acustico, prima che "Zenith" avvolga quell'atmosfera in una delle catarsi strumentali più struggenti mai proposteci dal duo. Potrebbe scapparci la lacrima, o il sorriso più smagliante e sincero. Il viaggio è concluso, "Síscéal" ci saluta: il suo è un arrivederci, non un addio, non c'è malinconia ma serenità. Sana, pura, autentica serenità, pronta a riaffacciarsi, con connotati quantomai diversi e personali, al prossimo ascolto.

Divinian, prima ancora che un disco, è un viaggio in un mondo perfetto, che solo l'ascolto può rendere nella sua interezza. E' l'album senz'alcun dubbio più compiuto degli Autumn's Grey Solace, il più etereo e rilassato, il più intimo, evocativo e personale, nonché il più difficile da definire e il meno affrancato ai modelli storici del duo. Ma in fondo, di fronte a tanta, autentica bellezza, tutto ciò passa giocoforza in secondo piano. Quel che c'è da fare è premere play. E sognare, sognare, sognare. Rating: 8/10 (very good!) -Matteo Meda


La purezza ed il candore sono quasi utopie; nulla è completamente puro, un alone anche piccolo lo trovereste sempre.
Nulla è puro ed immacolato ed è bello per questo, perché è la macchia, l’imperfezione, il tono diverso che focalizza l’attenzione e ci rende quel candore ancora più bello; se non ci fosse il male come potremmo capire quanta virtù esiste nel bene?
Erin Welton è il candore, Scott Ferrel l’alone oscuro che ne sottolinea la purezza: la voce della vocalist risulta un piccolo paradiso accanto al terreno plettrare di Ferrel, alle sue strumentazioni, abiti perfetti cuciti addosso ad Erin che ha il nome leggendario d’Irlanda, come può non vivere in un fairy-sound?
In Divinian il mood heavenly è ancora più importante rispetto ai sei album precedenti, la voce ancora più sottile, un filo argentato che esce dalle labbra di lady Welton, creando un sapore ‘Cranes’, oggi il riferimento più immediato assieme ai Lycia, prati eterei di smeraldo perfetto, sogni impalpabili, divinatori grazie ad una silfide timida, un rossore a fior di labbra.
Un idillio totale che sfiora i turbamenti della purezza e le atmosfere quasi perniciose di David Lynch: “Sàwol” prepara con note ovattate le vette angeliche toccate in “Meremennen”, picchi leggeri e rotondi giocati tra la voce di Erin e i minuti picking di chitarra, di drum-line costante ed elegante nel mantenere il ritmo mite, umane debolezze in cui la ‘creatura’ si perde smarrita.
“Écelic” è la simbiosi tra sei corde e voce, presenze vive tra dimensioni di sogno, brume iridescenti di un’alba crescente, etereo shoegaze partner perfetto per il canto che avvolge con la sua timida aura indaco il suono gentile.
Il background del combo si manifesta in due tracce distinte: “Sanctuary” e “Halo”, aumentando i ritmi precedenti, incontrano di nuovo le classiche ed ispirate ballate dei Cocteau Twins più eterei, “Victorialand” è un faro che dalle nebbie degli anni, esce di nuovo immortale esempio di morbidezza e classe, anche il canto di Erin è meno heavenly, presentandosi femminile e terreno, fragile e non più leggendaria, l’altra superba veste di questa interprete.
Così è “Zenith”, completamente strumentale permettendo alla chitarra di imbastire il suo sogno, ‘cantando’ la sue elegante essenza nei giochi del pedale, tocchi di corde che, amplificati, riverberati, ripetuti, intrecciano fili di candido lino. Ora tutto è purezza… -Nicola Tenani

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